L’ILVA DI TARANTO VA RICONVERTITA

05/10/2012, Taranto, Crisi dell' Ilva, Vedute dello stabilimento Ilva

Ilva di Taranto: la situazione è sempre più ingarbugliata e manca qualsiasi disegno serio e responsabile da parte del governo Renzi e delle Amministrazioni locali. Le ultime vicissitudini vanno in una sola direzione: studiare una seria riconversione del mostro siderurgico, prendendo atto che sarebbe la soluzione più giusta per il bene della città di Taranto e dell’intera Puglia. Con una scelta di questo tipo, che il M5s propone da tempo, si potrebbero salvaguardare in modo moderno, compatibile e lungimirante l’occupazione, la salute pubblica e l’ambiente. Si eviterebbe di continuare a insistere su un modello siderurgico vecchio e superato, così come emerso a novembre scorso anche a Strasburgo nel corso del dibattito in seduta plenaria del Parlamento europeo. Taranto non può continuare a farsi inquinare e avvelenare. I progetti di Renzi e del Pd sono tutti falliti: il bottino dei Riva che doveva servire, secondo il governo di Roma, per avviare il processo della cosiddetta ‘ambientalizzazione’ della fabbrica è stato bloccato dai giudici svizzeri; il piano per una gestione pubblica temporanea dell’impianto, che prevedeva, sulla carta, due miliardi di euro di investimenti, è completamente deragliato; il rilancio dello stabilimento siderurgico con la promessa di rivenderlo nel giro di un triennio al migliore offerente è solo una promessa; l’obiettivo di salvare l’industria, i posti di lavoro e l’ambiente sono solo propaganda; la produzione è in declino e sarà sempre peggio nei prossimi anni; l’emergenza sanitaria e i problemi di sicurezza aumentano; i conti economici sono in rosso e ogni mese c’è un buco di 50 milioni di euro coperto da aiuti di Stato. Inoltre, c’è un processo in corso con 47 imputati che devono rispondere di disastro ambientale (il conto dei danni chiesti agli imputati supera i 30 miliardi di euro) e c’è il sospetto che dentro l’Ilva di Taranto nulla sia cambiato e che i gravi problemi di inquinamento, denunciati in tutte le sedi e anche dalla Commissione europea, siano ancora presenti e pericolosi. Non è finita, i dati diffusi dal Parlamento europeo hanno evidenziato che gli impianti siderurgici europei producono acciaio in eccesso che il mercato non è in grado di assorbire. Nel 2030 la quota dell’Ue scenderà al 9 per cento della produzione mondiale; la Cina si attesterà al 51 per cento. Dei primi 50 produttori mondiali, almeno 30 saranno cinesi, quelli europei solo 4. Va valutato, inoltre, che la disponibilità delle riserve di ferro del pianeta sia di 65 anni ancora. Quindi, siamo chiamati a proporre alternative a questo fallimento economico ed ecologico. Bisogna capire di quanto acciaio abbiamo realmente bisogno e produrlo nel rispetto della sicurezza, della salute e dell’ambiente. Ciò implica anche la chiusura di stabilimenti obsoleti come l’Ilva di Taranto, per investire in ricerca finalizzata alla sostenibilità, incentivare la riconversione nella green economy e nell’economia circolare.


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